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FERRUA, Pietro.- Franco Leggio: oltre mezzo secolo di amicizia e collaborazione
Articolo pubblicato online il 29 giugno 2012
Ultima modifica il 26 aprile 2015

di r-c.
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Quando ci eravamo incontrati per la prima volta, nella pineta di Marina di Cecina, nel corso dell’estate del 1953 e nell’ambito del Primo Campeggio Internazionale Anarchico, era come se ci fossimo sempre conosciuti. Questo accadeva non soltanto perché Franco avesse il dono particolare di far sentire a loro agio i suoi interlocutori (trattava tutti con la stessa calorosa amabilità, qualsiasi fosse la loro età, condizione sociale, livello culturale, ecc,,,) ma anche per via della nostra rispettiva partecipazione nelle attività di quei gruppi che si mantenevano su posizioni critiche nei riguardi di una F.A.I. che stava assumendo posizioni centralistiche, burocratiche ed univoche. Ci consideravamo piú "pluralisti" e ci eravamo perciò avvicinati, fra gli altri, al gruppo "Anarchismo" di Palermo-Napoli.

Rileggendo, a oltre mezzo secolo di distanza, i nostril scritti giovanili sulle colonne di quei numeri unici che battevano il chiodo dell’associazionismo contro la rigidità dei vari comitati, ci vergogniamo quasi della nostra irruenza, della nostra ingenuità e di altre visibili magagne. Speriamo che chi esaminerà a posteriori il nostro operato di allora , prenda anche in considerazione le altre attività che svolgevamo nella vita quotidiana, in seno alla F.A.I. o in margine all’organizzazione. In fin dei conti, le parentesi polemiche erano di carattere interno e non inficiavano affatto il nostro comportamento di militanti nei movimenti sindacali, protestatari, progressisti che ci circondavano.
Franco Leggio non va perciò giudicato per qualche contumelia pronunciata nei riguardi di tale o talaltro "gerarca" del movimento, bensí per il suo comportamento coraggioso in molti avvenimenti importanti di storia locale e regionale.

Basterebbe scorrere l’elenco dei processi subiti, analizzare i capi d’accusa, studiare il contenuto dei suoi numerosi esposti ai giudici (di fronte ai quali non si toglieva mai il cappello) nei quali dava sempre prova di arguzia e rivelava una conoscenza poco comune per uno che, pur non essendo del mestiere, la legge la conosceva altrettanto bene degli avvocati, per ammirare la sua coerenza di anarchico e il suo luminoso esempio di lotta contro le ingiustizie. Instancabile, malgrado i soprusi, le persecuzioni, le condanne (bisognerà un giorno pensare a raccogliere le sue "lettere dal carcere"), Franco si voleva uomo d’azione, ma era anche uomo di pensiero. Direi quasi che quando il suo corpo era stanco, si riposava riflettendo. Non vaneggiava, ma pensava sempre sul serio a problemi concreti. Quando si ripercorrerà la sua corrispodenza, ci si accorgerà dell’abbondanza delle sue costruzioni mentali. Oltre alle iniziative mandate in porto da solo (e cioè le varie Collane delle edizioni La Rivolta e La Fiaccola) o suggerite ad altri e da costoro realizzate (penso soprattutto, ma non esclusivamente ad Andrea Bonanno), ci sono i progetti "abortiti" che non sono stati realizzati per mancanza di fondi, per un arresto inopinato, un viaggio imprevisto, un malanno sopravvenuto e i mille guai quotidiani di un militante che, come un infermiere, un pompiere, un medico, voleva sempre essere presente, rendersi utile, esporsi in prima linea.

Al Campeggio di Cecina avevamo subito progettato assieme parecchie iniziative con compagni di varie regioni. Franco fu il primo a manifestarsi con una cartolina postale collettiva indirizzata a Claudio Cantini (ancor libero) e a me (già latitante per diserzione dopo la condanna per obiezione di coscienza scontata a Gaeta) al Cantiere del Servizio Civile Internazionale di Siderno Marina, sulla costa meridionale della Calabria. Il messaggio proveniva da Napoli e il nome del mittente era Salvatore Gagliano del Gruppo Anarchico "Volontà", mentre le controfirme erano quelle di un non meglio identificato Tonino e di Franco Leggio. Ci si chiedeva: "Vogliamo un vostro articolo, cioè due , uno per uno." Il progetto consisteva in un numero unico antimilitarista. Purtroppo sono trascorsi cosí tanti anni che non ricordo quale articolo scrissi, né il titolo del giornale. La cartolina contiene anche un augurio di " buon lavoro fra tanti disastri". Uno dei disastri a cui si fa allusione è il terribile alluvione di Melito Porto Salvo, nel quale intervenimmo con efficacia: il gruppo d’avanguardia recandosi sul posto immediatamente a dare una mano ai pompieri e alla popolazione, mentre quello della retroguardia ( il sottoscritto, un’infermiera e un volontario jugoslavo, mingherlino e malaticcio) a reclamare viveri e medicinali, a sequestrare vagoni e treni (sic!), a distribuire latte, penicillina, indumenti caldi nella zona che ci circondava. Un mio appello al movimento , provocò una reazione a catena di solidarietà da parte dei gruppi anarchici, soprattutto ma non esclusivamente romani, grazie allo stimolo di Pia Misefari (che conosceva ed amava la Calabria per via del marito Bruno, da molto scomparso, ma di cui venerava la memoria). [1]Uno dei rari casi in cui la F.A.I. si associò ai Quaccheri e al M.I.R.

Dopo la parentesi calabrese, l’impegno piú assillante divenne quello di collaborare all’organizzazione del II( Campeggio Internazionale Anarchico (2) [2] data l’ottima riuscita del primo. Aiutai il gruppo romano dei coniugi Anna e Aldo Rossi (ai quali va aggiunto, dietro le quinte, il catalano Facerías) e quello toscano, della Federazione Anarchica Livornese, con Cariddi di Domenico fra i piú attivi ed entusiasti. Non saprei precisare il ruolo esatto svolto da Franco Leggio in questa impresa di cui era comunque tenace assertore. Mi pare si trovasse a Napoli, per ragioni di lavoro, tessendo contatti per molti progetti riguardanti particolarmente il Meridione. Già al
Campeggio di Cecina aveva manifestato il suo disappunto nei riguardi dell’andazzo che prendeva il giornale-rivista di Grillo , al quale entrambi collaboravamo , per l’eccesso di risvolti polemici a scapito della propaganda e dell’analisi degli avvenimenti socio-politici, Il suo sogno era di creare una solida rete di gruppi associati e, soprattutto, un giornale specializzato nei problemi del Sud, Varie riunioni vennero indette in proposito, in Campania, Puglia e Lazio. Assistetti, nei primi mesi del 1954, ad almeno due di tali incontri tenutisi a Roma durante un mio soggiorno. Ero ospite di Pia Misefari in Via Flaminia. Una delle riunioni ebbe luogo in casa di Ennio Mattias (vi conobbi l’ing. Domenico Mirenghi, venuto espressamente dalle Puglie, come pure Ario (?) Martella e vi rividi altri compagni a me già noti) mentre l’altra ebbe luogo nei locali di uno dei gruppi romani. A questa assistettero Anna e Aldo Rossi, Attilio Paolinelli, di nuovo Mirenghi e Franco Leggio che lo appoggiava, anche finanziariamente, nella pubblicazione dei suoi bollettini. Mirenghi era già anziano, ma neofita nel movimento anarchico ed era Leggio che lo andava "formando" . Seppi poi da lontano che il progetto del giornale meridionale si era trasformato con la realizzazione di un organo prettamente siciliano, ma aperto a collaboratori di qualsiasi provenienza geografica.

Per via delle complicazioni sorte in seguito ai quasi tre anni di vita clandestina in Italia [3], il 25 aprile del 1954 espatriai finalmente in Isvizzera e il secondo campeggio lo seguii solo da lontano. Con Leggio continuammo a corrispondere e a collaborare assiduamente fra l’estate del 1954 e il gennaio del 1963, quando partii per il mio nuovo esilio, che doveva essere cileno ma diventò invece brasiliano. Questo carteggio è andato smarrito [4] (speriamo provvisoriamente) e non mi è facile enumerare le attività espletate per tante lodevoli cause, non solo anarchiche. Accanto ai casi Boccalatte, Cavro, Fiaschi, Ruzza, ci sono quelli delle personalità legate alla Sicilia, di cui mi annuncia la visita e che mi prega di aiutare: Pietro Angarano, un certo Finocchiaro, Calogero Occhipinti, Domenico Tarantini, ed altri ancora.

Uno dei suoi primi crucci rimaneva quello del franchismo, da debellare su tutti i fronti. Come già il premio Nobel di letteratura Albert Camus, che aveva denunciato il dittatore Franco nelle tribune internazionali, come pure il sublime violoncellista, compositore e direttore d’orchestra catalano e autonomista Pablo Casals, che aveva rifiutato di dar concerti sinché il dittatore Francisco Franco rimanesse al potere e aveva scelto l’esilio di Prades, Franco Leggio non voleva darsi vinto prima di non aver fatto qualcosa di concreto per scalzare la dittatura spagnola.
Al campeggio di Marina di Cecina avevamo entrambi ammirato il coraggio , l’esempio e lo spirito organizzativo dei compagni iberici che vivevano clandestinamente in Italia, soprattutto dalla grande figura di José Llui Facerías, poi deceduto in un’ imboscata tesagli dalla polizia franchista, in seguito ad una spiata, nel corso di una delle sue incursioni clandestine a Barcellona. Quando venne a mancare, mi trovavo già in Isvizzera ma continuavo a mantenere i contatti con Leggio. Lo misi in rapporto coi compagni spagnoli residenti in Francia. Si legò soprattutto con Antonio Téllez, con cui ero in fitta corrispondenza e al quale avevo fornito copie delle lettere di Facerías in mio possesso [5] e comunicato molti ragguagli sulle sue attività in Italia. Cosí nacquero i libri sulla guerriglia in Ispagna, su Facerías, su Sabaté che pian piano Leggio andò pubblicando.

Leggio compí molti viaggi a Parigi ove fu ospite del Téllez che, in almeno una circostanza gli rese la visita in Sicilia, come documentato nel magnifico e tempestivo libro curato da Pippo Gurrieri (6) [6] da alcune riproduzioni fotografiche. A proposito di Téllez, c’è un episodio divertentissimo da ricordare. Mentre lui parlava catalano, spagnolo e francese, Franco sapeva soltanto il siciliano e l’italiano. Entrambi conoscevano qualche parola nel o negli idiomi dell’altro. Circondati da dizionari (che abbondavano in casa Téllez, traduttore di professione) passavano ore cercando di comunicare. Si mangiava e si beveva bene in casa Téllez e si facevano le ore piccole, quando poco alla volta si perdono i riflessi. Quando Antonio diceva qualcosa in francese, poi in spagnolo e non era capito, sceglieva allora l’etimo catalano (che spesso termina per consonante) e vi aggiungeva una vocale sperando che diventasse una parola italiana. In una di queste occasioni, additando la copertina di un libro, pronunciò "groco" (che poteva riferirsi sia al colore "giallo" sia all’oggetto "libro") credendo di pronunciare una parola italiana. Franco ne dedusse che "groco" [7]volesse dire "libro". Sorrise e approvò. Nacque cosí , con parole approssimative, un loro dizionario, contenente parole inesistenti , cui ognuno attribuiva un significato, quasi sempre sbagliato, nella lingua dell’altro. Qualcuno [8] infine, ruppe l’incantesimo e tutto finí in fragorose risate. Conclusa la parentesi aneddotica, riprendiamo il discorso biografico.

Gli interessi politico-ideologici di Téllez e Leggio non si limitavano però alla Spagna . Ad entrambi interessava il fenomeno rivoluzionario tout court, ovunque si manifestasse, cosicché la gamma della casa editrice si estese ad altre rivoluzioni; russa, messicana e via di seguito.
Coincidenza volle ch’io stessi approfondendo il contributo anarchico alla Rivoluzione Messicana. Fu allora che Téllez mi chiese di valutare l’apporto di Práxedis G.Guerrero. Se l’avessi redatto in spagnolo, secondo lui, Octavio Alberola si sarebbe incaricato di pubblicarlo a Parigi, ma se avessi preferito scriverlo in italiano l’editore sarebbe stato il nostro amico di Ragusa.

Il mio esilio dall’Europa si concluse undici anni dopo la mia espulsione dalla Svizzera. Ero ancora persona non grata in Italia (ove rientrai qualche anno dopo, concludendo 24 anni di assenza) ma , dal 1974 in poi, trascorsi tutte le mie ferie in Costa Azzurra. Con Franco ci riabbracciammo a Nizza, nell’estate del 1974 e, da allora in poi, ogni anno sino al 1978, quando le frontiere peninsolari si aprirono finalmente anche per me. Alcune fotografie testimoniano questi incontri [9] durante i quali conobbe tutti i membri della mia famiglia, nonché alcuni compagni e amici sanremesi. Si rammaricava di non aver piú famiglia: viveva separato dalla moglie e vedeva poco i figli. Era molto orgoglioso di Anteo (e gli aveva dedicato una collana editoriale), mentre era fiero dell’altro maschio che stava studiando, cosa che lui stesso non aveva mai potuto fare. Era affezionatissimo alle due figlie, ambedue ragioniere, anche se , o appunto perché, molto indipendenti.

L’opuscolo aumentò di proporzioni e divenne un libro, anzi, quando stava per andare in tipografia , Franco si accorse che era troppo lungo e decise di eliminare l’indice analitico che lo corredava. Il libro nacque sotto una cattiva stella. Anzitutto il prefatore non venne identificato sulla copertina, poi saltò anche la doverosa dedica a Téllez (10 [10] che lo aveva commissionato. La casa editrice Proyección, di Buenos Aires, che l’aveva fatto tradurre in spagnolo, non riuscí a pubblicarlo, per sopravvenute restrizioni della dittatura militare del 1975.

Diego Abad de Santillán, corso in Spagna qualche mese dopo, per riprendere la lotta dopo la morte del dittatore Franco, avrebbe dovuto editarlo a Madrid, ma la traduzione commissionata in Argentina e mandata a Madrid era andata persa [11].
Intanto in Italia, Franco Leggio era inciampato in problemi di distribuzione. Il movimento ignorò il libro e nessun giornale di parte nostra lo recensí. Chissà se per ripicca contro l’autore o contro l’editore. Forse contro entrambi? Nessuno di noi due era molto apprezzato da coloro che "controllavano" la stampa. Già anni prima Franco si era lamentato di questa situazione. In una lettera del 14/9/1971, mi diceva: "In Italia purtroppo la FAI in particolare continua a far muro contro ogni mia iniziativa: al punto che non si fa alcun cenno sui periodici. Sempre il silenzio piú pesante!" Ancor piú deluso dopo l’uscita del mio libro, da lui edito poco prima, Franco scrive a mio padre [12] il 17/X/1976:"L’aspetto che amareggia invece è quello per cui NESSUNO si è preso la briga di recensirlo, sia pure criticamente, NEMMENO GLI ANARCHICI".
Difatti nessuno badò al libro in Italia, salvo un giudizio favorevole dello storico Enzo Santarelli, espresso però non via stampa bensí in una lettera privata [13].
Le recensioni furono invece abbondanti e favorevoli negli Stati Uniti e nel Messico, sia in ambito universitario, che fra i compagni anarchici.

Pochi lettori si sono accorti che il mio libro su Práxedis G. Guerrero fosse preceduto da un titolo piú generico, Gli anarchici nella Rivoluzione Messicana seguito inoltre dal n.I, che presupponeva altri volumi della stessa serie. Difatti il n.II doveva essere dedicato a Ricardo Flores Magón, il n. III al fratello Enrique Flores Magón, il n. IV a Librado Rivera, il n.V ad Anselmo Figueroa, e via di seguito. Franco, già nel 1975 aveva chiesto ad Andrea Bonanno (se ben rammento Franco aveva trascorso qualche mese a Catania, per il suo lavoro di muratore), di pubblicare un mio scritto su RFMagón, nella sua nuova rivista [14], il quale conteneva appunto un vasto programma di ricerca e pubblicazioni. L’indifferenza della stampa e il silenzio dei compagni ci convinsero , se non di rinunciare definitivamente, certamente di posticipare questi progetti a tempi migliori.

Non cessammo mai, ad ogni incontro, in ogni lettera, di parlare di avventure editoriali. Voleva leggere tutto quello che scrivevo, poi si lamentava che non fosse in italiano e mi chiedeva di tradurglielo.
Qualche volta lo feci. Ricordo un testo in francese dedicato all’antimilitarismo e all’anticlericalismo di Voltaire e altri testi sulla rivoluzione messicana. Ma trattavamo anche di testi non miei, di Ursula Le Guin [15] e di Edgar Rodrigues [16]. Di quest’ultimo avrebbe voluto pubblicare Lavoratori italiani in Brasile (per parecchie generazioni l’influsso anarchico italiano fu predominante e determinante nella realtà sindacale brasiliana) per il quale scrissi la prefazione. Ma finí, non so piú perché, che quel testo lo editò Galzerano, ma non con la mia prefazione che rimane inedita. Non cessammo mai di accennare a progetti di pubblicazione, in ogni lettera, ad ogni incontro, anche un decennio dopo, a Venezia. Allora abitavo a Nizza e i miei archivi messicani si trovavano a Portland. Gli scrissi, in data 20 aprile 1985 : "A luglio ti saprò dire se ho abbastanza materiale per il libro sulle donne nella Rivoluzione Messicana" .
Franco ribadisce in data 16/5/1985 " Resto sempre in attesa del materiale per il libro sulle donne nella rivoluzione messicana che vorrei realizzare al piú presto".

Il mio riscontro da Nizza non fu molto incoraggiante: "Ti ringrazio per la rinnovata offerta di far stampare un secondo volume sulla Rivoluzione Messicana. Sappi però che tutto il materiale è a Portland e va ancora elaborato. Ci vorrà qualche settimana (mese?) dopo il mio ritorno nell’Oregon, previsto entro il settembre 1986" . Non ricordo se di viva voce (in uno dei nostri incontri in Riviera o in Costa Azzurra) o per lettera, l’informai nel 1987 che mi mancavano dei pezzi essenziali per la realizzazione di quel progetto. Gli feci una controproposta che consisteva in una raccolta di documenti cronologicamente ordinati, che provassero la supremazia degli anarchici nel fenomeno rivoluzionario messicano, il che gli storici ufficiali e gli avversari politici si ostinano ad ignorare o a non voler ammettere.
Non se ne fece nulla perché ci eravamo resi conto che in un decennio La Fiaccola non era giunta a smerciare un’edizione di duemila copie, sia perché lui aveva una gran dovizie di inediti in sospeso, sia perché nulla ci consentiva di sperare che il movimento potesse assorbire nuove eventuali tirature su soggetti che non erano d’attualità.

Per un ligure che è stato una sola volta in Sicilia, non è comune poter annoverare fra i suoi amici una buona dozzina di siciliani, comunque tutti incontrati altrove o conosciuti solo per corrispondenza. In una cartolina [17] datata 18/3/1992, Franco mi scrive:"sono contento che alla fine di aprile verrai in Sicilia. Purtroppo, io sarò a Parigi, ma troverai arrivando a Ragusa, i ragazzi che saranno altrettanto felicissimi di accoglierti e ospitarti. Io sarei di ritorno a Ragusa il 10/5 (se il tuo itinerario lo consentisse potrei riabbracciarti anch’io)...Ti abbraccio, con la stessa bella vecchia amicizia". Purtroppo non andai a Ragusa, ma rimasi a Palermo, ove mi recai per fungere da interprete ad un convegno sindacale assai impegnativo, il che non mi permise di muovermi. Non ebbi tempo di visitar nessun compagno e, non solo non riabbracciai Franco, ma mai piú lo rividi.
Subentrarono gli acciacchi dell’età, le pungenti difficoltà finanziarie, la scomparsa dolorosa di Antonio Téllez (corrispondente assiduo, puntuale, documentato, affettuoso) e altri fattori soggettivi e sopravvenne un diradamento delle relazioni epistolari, sinché arrivò l’infelice silenzio perpetuo.
L’immagine che di lui conserveremo, sarà sempre però quella dell’attivista a tempo completo, che abbraccia tutte le cause degne e le difende, con unghie, pugni, manette, penna o loquela che sia.

Piero Ferrua

Ringrazio vivamente Pippo Gurrieri di avermi offerto una copia del libro da lui curato sulle attività periodistiche di Franco e Natale Musarra che per me ha fotocopiato parte del carteggio Leggio-Ferrua,

Notes :

[1Anni dopo gli dedicò un libro: L’anarchico di Calabria (Milano, Lerici, 1967), del quale uscí poi una seconda edizione a Roma, nel 1972. Curò anche una raccolta di scritti di Bruno Misefari: Utopia, No! edita a Roma nel 1976.

[2Stavolta previsto a Marina di Carrara.

[3Avevo sfiorato l’arresto piú di una volta.

[4L’infaticabile Natale Musarra ha già messo la mano su due di queste lettere di cui mi ha fornito lodevolmente copia.

[5Mi pare che ce ne fossero sette in tutto, piú alcune delle lettere che gli scrivevo io in spagnolo e che lui mi rimandava corrette.

[6Franco Leggio: Le parole e i fatti, Cronache, polemiche, reportages, 1946-1959 a cura di Pippo Gurrieri (Ragusa, Sicilia Punto L, 2007, pp.172.

[7L’aggettivo catalano "groc" sta per giallo, Vocalizzandolo, come fanno, ad esempio, i brasiliani, che aggiungono una vocale inesistente come suffisso, Antonio ottenne un bizzarro "groco".

[8Forse Colombo o Alberola, che l’italiano lo conoscono meglio

[9A Nizza, a Mentone, poi a Venezia, da me fornite al Prof. Musarra.

[10)Mi scusai della svista con Téllez e gli promisi che avrei riparato nell’edizione spagnola che però, pur progettata tre volte, non vide mai la luce.

[11Il terzo progetto venne lanciato dai compagni spagnoli del gruppo "Tierra y Libertad" nei primi anni ’80. Mi mandarono qualche capitolo da giudicare e che, a dire il vero, era piuttosto scadente, Poi non ne seppi piú nulla,

[12Mio padre era sempre stato socialista e diffidente nei riguardi dell’anarchismo. Non resistette però alla facondia di Franco Leggio, nel corso delle lunghe conversazioni in Costa Azzurra.

on conoscevo affatto la corrispondenza da loro intrattenuta e, con mia somma sorpresa, leggo in una di queste lettere gentilmente fotocopiate per me da Natale Musarra, un VIVA L’ANARCHIA che non avevo mai sentito pronunciare dal mio genitore.

[13Il miglior complimento era quello che pur indovinandomi anarchico scrivevo obiettivamente come uno storico, cedendo la parola ai documenti, e cercando di rimanere imparziale nei miei giudizi.

[14L’articolo uscí nella rivista Anarchismo e venne poi trasformato in opuscolo.

[15L’opuscolo lo pubblicò invece Lellii, a Bordighera, per i tipi dell’editrice Oasi. Anche questo passò inosservato e non venne neanche menzionato in un lungo studio sulla scrittrice americana pubblicato nella Rivista Storica dell’Anarchismo. Fra l’altro è l’unica presa di posizione anarchica fatta in pubblico dalla nota romanziera.

[16Compagno portoghese residente in Brasile, che lui si ostinava a chiamare Rodriguez, con la "z" finale, tipica della lingua spagnola.

[17Le ultime sue due comunicazioni reperite sono due cartoline postali raffiguranti un medico dell’Associazione italiana per la sterilizzazione volontaria, Altra causa nella quale credeva.


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