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Musica e anarchismo
Continua il resoconto del Io Simposio Internazionale sull’Anarchismo, tenutosi negli U.S.A. nel febbraio 1980.
Articolo pubblicato online il 30 agosto 2003
Ultima modifica il 26 aprile 2015

di r-c.
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Umanità nova, n° 7 (22 febbraio 1981)

Quanto detto per la pittura vale anche per l’arte in genere e si applica quindi alla musica. Anzi, l’arte dei suoni si presta ancor meno ad uno struttamento politico o filosofico. Parlare di musica anarchica può perciò parere un assurdo ed è infatti un binomio che ha fatto sorridere o sghignazzare molti dei nostri interlocutori durante la fase preparatoria. Il criterio adottato è stato quello di scegliere composizioni dal titolo specificamente anarchico, compositori militanti, o ancora, pezzi composti in ormaggio ad anarchici, o, infine, opere la cui struttura potesse definirsi anarchica.

Ill. : Diane Bianca Bonfils

Fra i compositori contemporanei più noti sono pochi quelli legati all’anarchismo. Fra questi primeggia John Cage, la cui adesione all’anarchismo è nota attraverso i suoi scritti. Ci legava a lui anche un episodio curioso. Nel lontano 1968 venni presentato al compositore in occasione di un pranzo in suo onore offerto dalla pianista e compositrice brasiliana Jocy de Oliveira. Dopo aver parlato di Russolo e del rumorismo futurista, il discorso cadde sull’anarchismo e Cage mi confermò le sue convinzioni in tal senso. Mi chiese notizie del movimento, simpatizzò con le attività del CIRA, espresse interesse per il corso sull’anarchismo che stavo allora impartendo in un teatro locale appositamente affittato dai compagni. Siccome si era in piena dittatura militare lo avvisai che eravamo certamente sorvegliati e che rischiavamo di essere tutti arrestati un giorno o l’altro (il che, infatti, avvenne, ma ben dopo la partenza di Cage). L’avvertenza, anziché spaventario, lo stuzzicò e Cage, disertando una delle prove generali dello spettacolo del "Merce Cunningham Ballet", venne a fare una spassosissima, paradossale e interessante conferenza su Thoreau e sull’anarchismo tecnologico, in cui lui aveva fede. La sua versione dei fatti la si può leggere a pp. 55 e 60 del suo M. Writings ’67-’72. Gli scrissi perciò, ricordandogli l’accaduto, per invitarlo al Simposio, ma ci fece sapere che era impegnato la stessa settimana e non poteva assentarsi da Nuova York.

Mi rivolsi anche al noto compositore italo-americano Salvatore Martirano, autore di "L’s GA for Gassed-Masked Politico, Helium Bomb and two channel tape", pezzo che si conclude con l’esclamazione ANARCHY!!!, il quale però non rispose all’appello. Altri inviti furono invece ben accolti e riuscimmo a metter su un programma invidiabile che fu senz’altro la parte più originale e straordinaria di tutte il simposio. Non solo ottenemmo che venissero create e rappresentate due opere specialmente dedicate al Simposio da parte di due compositori già internazionalmente noti, ma ci assicurammo la presenza dell‚artista brasiliana Jocy de Oliveira che ci deliziò come pianista e che presentò inoltre una delle sue opere più ambiziose e più riuscite. Si trattò di una vera manifestazione avanguardistica in cui erano rappresentate composizioni legate al movimento di Fluxus, al lettrismo, all’aleatoria e al permutazionismo.

Il programma venne diligentemente organizzato col valido a competente aiuto dai miei colleghi e amici Gil Seeley (che già nel 1976 aveva diretto un concerto di musica lettrista nell’ambito di un altro simposio da me organizzato) direttore del Coro cameristico del Lewis and Clark College, nonché degli Oregon Repertory Singers (coi quali ha già girato l’Europa) e Vincent McDermott, le cui composizioni sono state presentate in prima audizione in varie città americane e anche a Londra.

Il programma ha avuto inizio con Snowstorm n. 1 di Milan Knizak (ceco legato al movimento Fluxus) gioiosa scenetta, più teatrale che musicale, consistente in una pioggia multicolore di aeroplanini stampati, contenenti appunto il programma del concerto, lanciati fra il pubblico da una frotta di studenti scalpitanti ed esultanti.

Subito dopo veniva la prima delle due « prime assolute » della serata e cioè "Al di là dell’Anarchia: l’iperteodemocrazia" di Maurice Lemaître ex-militante della Federazione Anarchica Francese, critico al settimanale Le Libertaire nell’immediato dopoguerra, dedicatosi poi esclusivamente al movimento lettrista. Basata su un testo di Isidore Isou, il romano fondatore del lettrismo, e pubblicata nella rivista anarchica parigina La Rue, questa composizione comprendeva trentasei parti che cerco di riassumere: Entra l’orchestra. I musici si siedono e accordano gli strumenti. Entra il direttore e tutti si alzano per applaudirlo. Il maestro alza la bacchetta e ognuno suona quello che vuole, seguendo uno spartito reale o immaginario o improvvisando. Poi vengono inventati poemi lettristi (cioè composti da fonemi senza significato) indi un concerto silenzioso, infine viene iniziato un pezzo di musica ben noto che però vien ben presto deformato, spolpato e distrutto. Mormorii di approvazione e fischi del pubblico che ormai partecipa a sua volta, canta, inventa poemi lettristi, fischietta, tamburella con le dita sullo schienale del sedile, ecc. . . A questo punto un altro poema lettrista viene proposto, ma anziché essere recitato o cantato, viene descritto da un recitante che lo scompone in fonemi, conta le labiali e le sibilanti, ecc. . . Insomma, Lemaître fa la musica senza note e in assenza di un vero spartito musicale proprio come fa film senza pellicola e poesia senza parole. Si ha come risultato una comunione progressiva fra direttore d’orchestra e musicisti e fra questi e il pubblico. si fa a gara a chi inventa, a chi aggiunge, a chi migliora. C’è chi canta, ride, sussurra, applaude: l’atmosfera è ludica e cessa ogni solennità.

E’ poi la volta del pezzo Imaginary Landscapes n. 4 di John Cage, una composizione affidata al computer che ci consola appena dell’assenza del compositore. Questi passaggi immaginari fanno un po’ pensare ai brevi saggi di letteratura italiana di Benedetto Croce, non destinati alla globalità ma a rimanere autonomi. Cosi i suoni di Cage che non sono prevedibili e puro prodotto del caso. Alcuni direbbero del « caos » come lo si dice anche della visione di una società anarchica.

Dick Higgins, discepolo di Cage, lo ha seguito nel programma. Anche lui membro del movimento Fluxus, anche lui compositore sobrio, asciutto e quasi avaro. Il suo Constellation n. 11 è stato reso possibile solo dalla collaborazione del pubblico col maestro Seeley e consisteva in parole estemporaneamente scandite in tono sincopato.

Prima dell’intervallo abbiamo assistito alla seconda delle prime audizioni e cioè Execution - What! What! What! di Vincent McDermott, concepita specialmente per il nostro Simposio. Spettacolo totale con musica, danza, recita, mimica, il cui doncetto è l’ assoluta indipendenza di ogni singola componente: l’attrice, il ballerino, i musicisti. Il risultato non è il caos bensí un’armonica integrazione delle parti. Sintomatici gli accessorii del ballerino Vincent Martinez: una catena, un mappamondo, un canarino in gabbia (e la sua frase: "Chissà se gli anarchici tengono i canarini prigionieri!"). Volutamente lugubre il costume e l’interpretazione di Lisa McDermott alle prese con angoscianti assilli metafisici. Eterea la musica prodotta dagli strumenti esotici suonati dal compositore stesso e da quelli eterogenei utilizzati da Judith Bokor.

La seconda parte è stata inaugurata da un pezzo di Pauline Oliveros per il coro da camera, intitolato Oh Ha Ha, appropriatissimo perché si conclude con la conquista del podio da parte dei membri dell’orchestra e la ridicolozzazione dello pseudo potere della bacchetta magica (diventata simbolo oppressivo) del maestro direttore d’orchestra.

La pianista Jocy de Oliveira ci ha poi presentato alcuni fra i pezzi più divertenti di Erik Satie cogliendone l’estro scherzoso e restituendone il tono scapigliato e monellesco. Servendosi di un magnetofono, l’interprete brasiliana suona Vieux Sequins et vieilles cuirasses e poi, facendo credere al pubblico che si è stufata, si alza e se ne va affidando all’incisione la cura di continuare il concerto. La musica pian piano si affievolisce e poi si spegne lasciando posto alle ovazioni degli ascoltatori.

Dulcis in fundo, la composizione di Jocy de Oliveira Probabilistic Theater n.1 per attori, ballerini e musicisti. Siccome si tratta di un’opera permutazionale la cui fruizione cambia ad ogni rappresentazione, dato il gran numero di possibilità, gli spettatori hanno assistito a qualcosa di veramente « unico ». Il direttore e concertatore di orchestra è trasformato in vigile urbano che dirige il traffico. Buffamente vestito da generale (come un qualsiasi dittatore sudamericano) la sua inefficacia e la sua impotenza sono palesi. Lo spartito di quest’opera è composto di sedici caselle colorate e numerate e l’interpretazione può iniziare a qualsiasi punto. I musici, a lor volta, possono interpretare a modo loro le istruzioni impartite suonando gli strumenti, grattandoli, sfregandoli, percuotendoli, scuotendoli; i suoni possono essere acuti o gravi, i ritmi lenti o rapidi, e via di seguito. Anche il coro può, come nel caso dei pezzi lettristi, gridare, cantare, recitare, sussurrare o stare zitto. I ballerini possono compiere prodezze o rimaner fermi, salterellare o danzare, compiere passi lunghi o brevi, far capriole, capitomboli, spaccate e così via. Dicasi altretanto degli attori cui è riservata altrettanta libertà. Questa interpretazione è stata un po’ come uno psicodramma collettivo ma è chiaro che in un altro contesto, l’umore o la violenza, la passione o la quiete potrebbero prevalere. Il gioco di luci, le proiezioni e i costumi, tutto è stato sgargiante, eccessivo, generoso e l’entusiasmo degli interpreti e del pubblico è stato tale che lo spettacolo sarebbe potuto durare un’ora in più senza che ce ne accorgessimo o ci stancassimo.

In definitiva, si è trattato di un concerto accezionale in cui tutto sono stati bravissimi, meno i critici, che hanno brillato per la loro assenza, malgrado avessimo inviato programma o invito a tutti i giornali della regione. Non han fatto che confermare la fama di provincialismo della stampa americana e, forse, la sopravvivenza di pregiudizi anti-anarchici. L’unica rassegna di questo concerto memorabile è stata redatta da Judith Bokor (una delle interpreti musicali) su nostra domanda e con la speranza che venga pubblicata da una rivista specializzata.

Sappiamo già che il programma musicale del Secondo Simposio sarà di nuovo eccellente perché abbiamo già registrato l’adesione del Prof. Milko Kelemen, direttore del Festival di Musica moderna di Zagabria, e insegnante al Conservatorio di Stoccarda, il quale, in una lettera recente, ha espresso il suo entusiasmo affermando « sono assolutamente sicuro che senza anarchismo una creazione nelle arti non è possibile », assicurando anche dell’interesse del noto drammaturgo franco-spagnolo Arrabal.


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